26/12/2023 18:12
La premessa con la quale vogliamo aprire questo approfondimento natalizio ci pare obbligatoria: non abbiamo la minima intenzione di criticare le scelte di Max Bellarte anche se non possiamo non dissentire da alcune valutazioni tecniche. Ma noi non siamo allenatori e non vogliamo assolutamente arrogarci di titoli che non possiamo avanzare non avendone acquisita la qualifica, però da osservatori non possiamo esimerci dal tornare sulla mancata qualificazione ai Mondiali uzbeki del prossimo anno anche per rispondere a tutti coloro che si sono trovati a fare i buonisti su un risultato che di buono non ha francamente un bel niente.
Siamo sinceri, ma dopo la sberla presa dalla Spagna ne abbiamo sentite e lette di tutti i colori. Posizioni nella stragrande maggioranza dei casi pienamente condivisibili, anche se non sono mancati soggetti che hanno fatto spallucce giustificando il risultato come una tappa del percorso di crescita invocato dal Ct nella sua disamina, che non ci sentiamo affatto di contestare - anche se l’eliminazione avrebbe potuto indurci a tutt’altro atteggiamento - ma addirittura comprendere. E qui vogliamo ribadire la nostra posizione, presa con largo anticipo rispetto ai risultati poi arrivati dal campo, ossia che l’Italia non si contesta, ma si tifa: noi lo abbiamo fatto, tanto a Lubiana quanto a Faenza, anche davanti a un inferiorità talmente palese che l’unico sentimento che rischiava di animare chi non era presente al PalaCattani era… cambiare canale.
Le colpe di questo sfacelo non sono di Bellarte. Non sono del Ct, al quale - come scrivemmo a caldo dopo lo 0-4 con la Spagna - potremmo solo contestare i motivi di certe valutazioni di natura tattica che si sono anche inevitabilmente rincorse nei commenti del post-gara. Siamo in linea con quanto il Ct ha deciso di fare, anche perché non crediamo assolutamente al fatto che preferire tizio a caio avrebbe migliorato la sostanza delle cose. E questo sia nel doppio confronto con Slovenia e Spagna sia per quello precedente in Repubblica Ceca, anche se a Plzen gli Azzurri si sono presentati con gli stessi uomini che qualche giorno prima avevano vinto (soffrendo) l’andata a Policoro e venivano dal ko beffa in Spagna e dal successo dell’esordio con gli sloveni a Eboli agli albori dell’Elite Round. Non possiamo insomma pensare che un gruppo di bravi ragazzi, elogiato a scena aperta (forse troppo) sino alla fine di ottobre, improvvisamente fosse diventato un manipolo di brocchi.
Possiamo trovare tre differenti scusanti per giustificare i risultati di Plzen, Lubiana e Faenza. In Repubblica Ceca la nostra Nazionale ha trovato davanti a se una squadra che si stava giocando le ultime chances per restare in corsa per la qualificazione e lo dimostra il risultato recuperato in extremis. L’errore però più madornale è stato quello di trasferire sulla sfida con la Spagna tutte le attenzioni di un capitolo-qualificazione che invece si giocava in Slovenia, dove la differenza di “cattiveria” e una serie di evidenti vuoti di concentrazione hanno finito per fare il gioco dei nostri rivali, che contrariamente a quanto hanno riportato i commenti di parte, avrebbero potuto vincere con uno scarto obiettivamente maggiore. E sul posto si è percepito chiaramente che chi avrebbe potuto sopraffare l’avversario, quella era la Slovenia perché l’Italia non ha mai dato la sensazione di poter prendere in mano la partita se non nel momento in cui ha cercato di alzare il baricentro del suo gioco per recuperare il passivo, inutilmente.
A quel punto la frittata era bella che fatta, perché la questione-qualificazione, oltre a dover passare attraverso una comunque complicata vittoria sulla Spagna, andava verificata confrontando i risultati degli altri campi, con l’Olanda che ne ha poi beneficiato del tutto travolgendo l’Azerbaigian. E se la sfida alla Roja già di per se appariva di una difficoltà estrema, andavano considerate altre variabili: la prima l’assenza di Merlim, il nostro indiscusso giocatore di punta, al quale non può essere perdonata la bravata fatta sotto gli occhi del primo arbitro a Lubiana, che ha contribuito a compromettere la stessa sfida con la Slovenia alterando il livello degli equilibri; la seconda il valore di una Spagna che pur presentatasi in Romagna senza pedine come Catela e Adolfo (decisivi all’andata), era pur sempre la Spagna e lo ha dimostrato coi fatti, agevolata da una Nazionale senza inventiva e soprattutto incapace di concludere a rete (anche con il power-play), visto che i tiri realmente pericolosi verso la porta di Didac Plana si sono contati sulle dita di una mano!
Ma in cosa si assomigliano le sconfitte con Slovenia e Spagna? Il denominatore comune è la consistenza della squadra azzurra, risultata complessivamente inferiore agli anfitrioni sloveni ma altrettanto vittima quasi designata dalla Spagna-2. E qui adesso entriamo nel nocciolo della questione per far comprendere al meglio il senso della nostra riflessione.
Il ko di Lubiana ha messo a nudo il livello dei giocatori italiani (non c’erano formati) al confronto comparativo con gli sloveni. Una differenza non tecnica ma di maturità e mentalità, aspetti sui quali incidono prioritariamente due fattori: la globalità di giocatori indigeni impiegati da parte slovena e il mancato impatto prestazionale di quegli elementi che Bellarte ha scelto per la quota dei “non formati” presentati nei dodici della Tivoli Hall. Se è vero che nelle precedenti quattro sfide dell’Elite Round i gol azzurri portavano nella stragrande maggioranza dei casi le firme di giocatori “non formati” (ben 10 sui 12 realizzati), il peso degli “stranieri” già a Lubiana è risultato oltremodo relativo, al cospetto di una formazione sicuramente molto più esperta ma composta da soli atleti locali, di cui solamente quattro professionisti in attività all’estero (due in Italia, uno in Polonia e uno, il ‘famigerato’ Osredkar, addirittura in Bosnia).
Il resto è stato selezionato in un campionato composto da sole otto squadre, di cui una però - il Dobovec - è stabilmente da anni tra le prime 16 d’Europa (tanto per fare un esempio, la Feldi Eboli campione d’Italia, alla vigilia dei sorteggi del Main Round di Champions, era al 18mo posto del ranking). Ma c’è altro: in Slovenia la seconda divisione nazionale è poco più di un torneo amatoriale al quale prendono parte solo sei squadre, per cui la domanda sorge inevitabilmente in maniera spontanea: come può una Nazionale frutto della selezione operata in 16 club di Serie A (vale a dire due in più di tutta la filiera agonistica federale slovena), con cinque giocatori utilizzati “non formati” di cui tre (Merlim, Motta e Cainan) provenienti da club di alto profilo internazionale quali Sporting Lisbona, Cartagena e Anderlecht, perdere in maniera così netta (o fallire suona meglio?) al cospetto della ‘piccola’ ma più che rispettabile Slovenia?
La qualificazione, diciamolo senza remore, l’Italia l’ha regalata perdendo proprio a Lubiana, perchè battere la Spagna a 20 anni dall’ultima volta, appariva sin dalla partenza una vera impresa. E chi, appena venne definito il calendario dell’Elite Round, fece notare che il biglietto per l’Uzbekistan l’Italia l’avrebbe dovuto staccare prima di arrivare alla sfida conclusiva con la Spagna, aveva assolutamente ragione.
Ora, nei famosi commenti post-faentini, abbiamo più volte letto osservazioni tipo che la Spagna anche vent’anni fa ci batteva: vero. Ma ricordiamoci i risultati delle partite importanti: il 2-1 spagnolo (in rimonta) nella finale mondiale di Taipei nel 2004, il rocambolesco 2-3 nella semifinale mondiale di Rio nel 2008, il doppio ko nel 2012 prima nelle semifinali degli Europei croati (0-1) e poi in quella dei Mondiali thailandesi (1-3). Il tutto preceduto dal successo nella semifinale di Caserta che ci spianò la strada alla prima vittoria continentale nel 2003. Insomma, non c’è stata una sola partita in cui l’Italia non se la sia giocata, e questo perchè il nostro calcio a 5 era alimentato da quell’inesauribile staffetta di campioni provenienti in maggior parte dal Sud America che alla stessa maniera avevano contribuito alla crescita del livello del futsal spagnolo, certamente più allettante sul piano degli ingaggi, implementando il metodo di insegnamento proposto sin dall’attività di base che in Italia è stato completamente ignorato a favore delle metodologie adottate per il calcio.
La differenza, in buona sostanza, l’ha fatta tutta la programmazione. Diversamente dalla Spagna, dove da sempre il futsal è stato interpretato come una disciplina complementare rispetto al calcio e soprattutto funzionale allo sviluppo dei giovani calciatori, favorendo al contempo il coinvolgimento dei club professionistici perfino con l’allestimento di squadre B, nel nostro paese si è sempre lavorato… al contrario, ignorando le potenzialità del futsal unilateralmente a favore del calcio e trasformandolo in uno sport nel quale hanno finito per confluire tutti coloro che nel calcio s’erano trovati le porte sbarrate. In poche parole, un’alternativa che fin quando ha viaggiato in parallelo col percorso di crescita del futsal favorito dalla politica di import adottata dalla Divisione ha prodotto i frutti di cui la stessa istituzione federale si è sempre impettita; ma che nel momento in cui s’è preferita la strada delle restrizioni ha pagato irrimediabilmente pegno, perché nel frattempo non si era data la giusta attenzione a quel progetto di sostenimento che, partendo da un’attenta pianificazione giovanile, avrebbe dovuto condurre all’obiettivo di dar vita a un ricambio generazionale in grado di poter surrogare la progressiva uscita di scena dei giocatori che hanno forgiato il futsal italiano nei suoi anni d’oro.
Di chi le responsabilità? Chiaramente delle tre governance che si sono alternate ai vertici della Divisione nell’ultimo decennio, ossia da quando l’Italia vinceva il titolo europeo ad Anversa, successo del quale il prossimo anno ricorrerà proprio il decennale: inizialmente, da tutte le parti, era considerato un cavallo vincente che nessuno, però, ha saputo cavalcare perdendo irrimediabilmente l’occasione. Poi la gestione Montemurro, contrastata dallo stesso Direttivo antagonista al presidente, durante la quale non è stato possibile mettere in cantiere quelle politiche di sviluppo che servivano per creare le condizioni di una nuova generazione azzurra. Infine, la più recente attuazione della riforma che ha stravolto definitivamente l’organizzazione della disciplina svuotandola di quegli interpreti ai quali le giovani leve avrebbero potuto fare riferimento per la propria formazione, creando invece i presupposti per un evidente vuoto tanto quantitativo quanto qualitativo, che non è stato colmato dall’innesto nel circuito dei giocatori italiani e formati sufficienti a compensare il livello di chi la riforma l’ha purtroppo pagata nonostante avesse acquisito diritti costituzionalmente inalienabili, ma per il legislatore sportivo ridiscutibili.
Bellarte fa bene a insistere nelle sue convinzioni, considerando anche la stessa amarezza di Faenza un passaggio essenziale per la crescita, ma qui il vero problema è che le modalità di attuazione della riforma, riducendo inequivocabilmente - per i motivi anzidetti - il livello di competitività del nostro futsal, non ha previsto la realizzazione di un progetto di supporto che valorizzasse intanto quel poco che si è fatto in ambito di politiche giovanili (e che non ci si venga a dire che il progetto della Future Cup sia la panacea del problema!), soprattutto organizzando i campionati, tanto nazionali quanto giovanili, in maniera da introdurre, col criterio meritocratico, anche l’obiettivo per il completamento del percorso di formazione di cui si avverte la necessità per avere nuove leve in grado di potersi subito confrontare con l’attività apicale.
Lo scollamento tra il “vecchio” e il “nuovo” è talmente ampio che sarà ragionevolmente difficile lavorare sulla composizione di una Nazionale che possa in breve tempo attenuare il gap che gli errori della politica federale ha creato, Nazionale che oggi, come i numeri dell’Elite Round hanno dimostrato, dipende in buona parte dal ruolo giocato da quei “non formati” dei quali la Serie A disporrà sempre di meno mentre, al tempo stesso, non sarà in condizione di produrre giovani in grado di impattare significativamente non solo a livello competitivo interno ma anche sul piano internazionale.
La domanda da porsi è semplice: credere nella riforma aspettando chissà quanti anni prima che si possano riscrivere le basi di un futsal italiano competitivo sulla scena estera, oppure cambiare letteralmente strategia ben sapendo che le politiche passate, ovviamente aggiornate, hanno prodotto risultati visibili e concreti che hanno portato l’Italia del futsal a restare a lungo sul podio mondiale? Questo accadeva solo qualche anno fa… e sappiamo bene che quando si lascia la strada vecchia per quella nuova…
Foto: Paola Libralato ©Divisione Calcio a 5