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21/12/2023 01:44

Italia, l'amarezza del giorno dopo: la Spagna ha messo a nudo i problemi di un futsal in deficit

Neanche il tempo che Nikola Jelic fischiasse la fine di Italia-Spagna che i messaggi hanno cominciato a fioccare. In privato sulla nostra numerazione di whatsapp, in pubblico sulla nostra pagina facebook. Più che naturale il contenuto, un mix tra incredulità e indignazione per la figuraccia di Faenza che ci è costata anche l’esclusione dai playoff, ultima occasione per provare a staccare il biglietto per accedere ai Mondiali uzbeki dalla porta di servizio. 


Ma lo sapevamo benissimo tutti: con la Spagna sarebbe servito qualcosa in più dell’impresa per compiere quello che appariva chiaramente come un miracolo sportivo, per cercare di invertire il destino di un Elite Round che nella sostanza l’Italia si è scritto (e rovinato) con le proprie mani. Nessun trucco e nessun inganno: la Spagna (diciamo per precisione la Spagna-2) a Faenza è venuta a giocarsela semplicemente perchè è la Spagna, che non vince Mondiali o Europei cosi per grazia ricevuta. E ci ha cazziato alla grande.


Semmai in pochi avrebbero preventivato la sconfitta della Slovenia in Repubblica Ceca, ma ricordiamoci bene che a Plzen noi ci abbiamo pareggiato per il rotto della cuffia… Inutile stare a dire: va bene, ma per l’Olanda era facile con gli azeri. Evitiamo di prenderci in giro ed altrettanto di affermare che tutte le attese erano gravate sulla sfida con la Spagna, perchè a questa partita l’Italia doveva arrivarci in tutt’altra maniera, ossia con il bottino pieno da Lubiana da dove invece è tornata con le ossa rotte. Li abbiamo rovinato tutto, altroché la Spagna!


Potremmo dire di tutto e di più su questo amaro epilogo dell’Elite Round e di questa seconda eliminazione consecutiva dal Mondiale. A proposito: almeno un italiano i playoff li giocherà, Sergio Gargelli e la sua Finlandia… si, la Finlandia, quella che ci spedì a casa in Portogallo nel 2020 e che oggi almeno i playoff per l’Uzbekistan li disputerà. Ma ricordate il nome del suo Ct: Sergio Gargelli. 


Sembrerà strano, ma adesso ci viene nervosamente da sorridere. E’ inevitabile, visto che all’epoca non ci facemmo travolgere dall’ondata di entusiasmo collettivo, quando tutti osannavano con una scatenante enfatizzazione il travolgente 6-1 di Aversa sulla Svezia o il 6-3 dato alla Macedonia del Nord nella storica serata (quella si che resterà negli annali!) del sold-out di Catania. Avversarie del Main Round collocate rispettivamente in 74ma e 46ma posizione del ranking FIFA! Pareva avessimo fatto bingo.


Ma i conti, quelli veri, adesso li ha serviti la Spagna, che ci ha dominato al PalaCattani e questo al di là del 4-0 finale, visto che il migliore in assoluto in campo è stato Lorenzo Petrangelo, portiere della nostra Nazionale. E sono dati che fanno inevitabilmente riflettere, ma che al contempo non sono affatto facili da dover interpretare: perchè se venissero valutati sull’onda emotiva della batosta di Faenza si finirebbe inevitabilmente per sparare sulla Croce Rossa, per cui alla fine viene salomonicamente da credere che meglio di così, pensandoci bene, Bellarte cosa poteva fare visto che la Riforma Bergamini ci ha regalato una Nazionale figlia di una Serie A complessivamente di modesta qualità, in cui gli attori nostrani più performanti sono andati in scena nell’Elite Round, in cui già le gare con Repubblica Ceca e Slovenia avevano lanciato messaggi chiari e che quella con la Spagna ha definitivamente etichettato?


A Bellarte, magari, potremmo imputare certe scelte fatte piuttosto che altre; magari gli potremmo chiedere i motivi per i quali ha preferito rinunciare a un centrale di ruolo, tanto che due dei quattro gol presi in Slovenia se li porta sulla coscienza la nostra difesa e anche il gol-fulmine di Boyis a Faenza è stato la real-metafora del coltello che affonda la lama nel burro. Ma siamo sicuri che il Ct avrebbe potuto scegliere di meglio tra gli italiani di una Serie A che adesso paga il dazio ai tagli riformistici che impazzano da due stagioni? La verità è che per quella che è la qualità attuale del nostro campionato di punta non crediamo che soluzioni alternative avrebbero portato altri effetti, magari un tantino più benefici. Com’è senz’altro vero che la Nazionale non è altro che lo specchio della nostra Serie A, per cui potremmo arrivare persino a giustificare Bellarte qualora esprimesse le stesse parole che pronunciò Roberto Menichelli l’indomani della disfatta di Lubiana con la Slovenia negli Europei del 2018: “Questo è quello che passa la nostra Serie A”. E parlava di gente come Murilo, come De Oliveira, oppure Honorio, Lima e Calderolli…


La differenza sostanziale è però che Menichelli era riuscito a vincere un Europeo, nel 2014, con un manipolo di giocatori italiani inseriti in un contesto di gruppo squadra decisamente più performante. E i vari Ercolessi, Romano, De Luca, Leggiero (e non citiamo ovviamente Mammarella, Miarelli e Putano) si forgiarono in una Nazionale che era reduce da un terzo posto mondiale, un terzo continentale (quello di Zagabria 2012) ed era il prodotto di una Serie A che nel 2011 aveva visto il Montesilvano vincere la Champions, preceduta dal quarto posto della Luparense e seguita dal terzo di Marca e Pescara. Quel blocco di italiani, al quale vorremmo aggiungere un certo Gabriel Lima (peraltro formato) mixati ad un ceppo di “non formati” di valore assoluto, ha rappresentato per anni lo zoccolo duro azzurro, ma è rimasto fine a se stesso. 


Sono state le politiche legate alla formazione il vero problema della nostra disciplina, che si è trascinato nel tempo e che si sta riverberando tuttora sulla qualificazione dell’attività giovanile di vertice, a sua volta succube di un complesso di inferiorità rispetto a quelle nazioni europee dove i giovani completano la loro formazione giocando nelle prime squadre apicali e non nelle categorie inferiori. E Polonia e Slovenia ci sono state di lezione nelle ultime due edizioni degli Europei Under 19.


Chi ha creduto che tagliando gli stranieri avrebbe aperto autentiche praterie per l’utilizzo e la valorizzazione degli italiani, ovvero dei giovani di maggior talento del nostro futsal, ha commesso un errore enorme. I numeri sull’utilizzo dei calciatori nel massimo campionato dicono eloquentemente che la struttura portante di ciascuna formazione è costituita da giocatori “non formati” e da quei pochi formati che permettono ad alcuni club di disporre di pedine di pari valore. Gli italiani compongono dal canto loro la quota partecipativa più rilevante, ma tutt’altro che impattante sugli esiti delle partite, costituendo paradossalmente la componente economicamente più consistente nei budget dove la voce degli esborsi per giocatori indigeni è sproporzionata in relazione alla loro capacità di rendimento.


La riforma non ha surrogato il taglio dei giocatori “non formati”, iniettando nel sistema un numero limitato di atleti in grado di uniformarsi alla massima categoria, quando la convinzione del legislatore, rivelatasi coi fatti errata, era quella di accelerare il processo di qualificazione dei prodotti di un’attività di base che ha sempre fatto fatica a immettere ciclicamente nel giro più importante volti nuovi italiani di qualità. La conseguenza è davanti agli occhi di tutti: e chissà quanto andrà avanti la cosa, visto che non esistono progetti federali che possono favorire l’arricchimento delle squadre maggiori con giovani già in grado di poter rendere a livelli rilevanti.


E nel frattempo che si cercano quelle soluzioni a un problema che è stato indotto per dare una risposta a un altro problema, ossia lo scarso impiego dei giovani, la nostra Nazionale si lecca le profonde ferite per l’addio ai Mondiali, nella preoccupazione non celata che la botta presa dalla Spagna rischi di avere effetti pericolosi e minatori per la credibilità della nostra disciplina. Cui prodest?