11/07/2022 09:30
Sarà un lunedì per certi versi campale quello che apre la nuova settimana. Alle 18 è stato infatti convocato il Consiglio Direttivo della Divisione Calcio a 5, in modalità di video-conferenza, che dovrà definire il numero dei calciatori “non formati” che potranno essere impiegati nel campionato di Serie A della stagione 2022/2023. Al terzo punto dell’ordine del giorno si legge infatti “Limite di partecipazione al gioco Serie A”, che lascia chiaramente intuire che la correzione che verrà apportata sul testo del quale si attende l’approvazione in LND, sarà solo per la massima categoria e non, quindi, per Serie A2 e B.
E qui intavoliamo la nostra prima considerazione: perchè escludere Serie A2 e B dalla correzione numerica? Per prima cosa, la proposta avanzata dalla Serie A, compatta, lo scorso 29 giugno (all’incontro con i vertici della Divisione erano presenti 12 presidenti su 16) non si basa su uno pseudo “patto d'onore” che qualcuno ha citato per, magari, provare a dare una giustificazione a questa inversione di atteggiamento. La verità che è stata posta chiaramente all’attenzione dei vertici di piazzale Flaminio era l'evidente difficoltà che stanno riscontrando tutti i club ad operare per la composizione dei roster a causa non solo delle carenti risorse umane di un certo livello disponibili, ma anche per la crescita a dismisura delle richieste di ingaggio da parte dei giocatori italiani e “non formati” provocata da questa riforma: i leader di Serie A si sono mossi in blocco ottenendo l’impegno del presidente Bergamini a valutare l’eventuale correzione della norma che nel frattempo era già stata sottoposta agli organi superiori contestualmente al progetto di ristrutturazione dei campionati di A2 maschile (che di riflesso interessa anche Serie A e B) e A2 femminile.
Tutto lascia pensare che alla fine i “non formati” da poter utilizzare passeranno da 4 a 5. Vogliamo parlare di concessione alle società? Noi preferiamo dire che se andrà in questa maniera, sarà una chiara sconfitta per piazzale Flaminio, con la Divisione chiamata a fare un passo indietro, anche se solo per un numero, per non mettersi contro le società di Serie A che rappresentano la parte emersa dell’iceberg, la parte del movimento cioè che costituisce il biglietto da visita più importante per la promozione del movimento. Non vogliamo uscire dal seminato, pertanto ci limitiamo solo a ribadire che, con un pizzico di attenzione e lungimiranza in più, la riforma si sarebbe potuta partorire con la gradualità giusta e le tempistiche idonee per armonizzare il processo di trasformazione della disciplina. E magari la governance ne avrebbe anche ricevuto beneficio in termini di consensi invece di dover far fronte al palese malcontento della gran parte delle società del settore maschile, fino a dover mettere in piedi una “guerra legale” contro alcuni propri tesserati la quale, nel momento in cui uscirà dai confini endofederali, potrebbe riservare sorprese nei gradi di giudizio successivi, partendo (quasi certamente a settembre) dal Collegio di Garanzia del CONI.
La verità è che anche in questa situazione a pagarne il tributo maggiore saranno le società di Serie A2 più che quelle di B, dove l’impiego dei giocatori “non formati” è stato sempre attuato in scala minore rispetto alla seconda divisione. A2 che è già stata costretta nella passata stagione a dover ingoiare la forzatura della modifica in deroga dell’articolo 49 delle NOIF, avvenuta pochi giorni prima dell’inizio del campionato, che andava sostanzialmente a cambiare le regole sulle promozioni dirette, azzerando il diritto di chi vinceva il proprio campionato a vantare il titolo per chiedere l’iscrizione alla categoria superiore. Sappiamo benissimo quali sono state le conseguenze di quell’atto (leggasi Active Network) come sappiamo che la lettera di protesta inoltrata da diverse società ai vari organi federali, in cui si contestava la legittimità di questo provvedimento, è finita nel dimenticatoio, con i club, però, a loro volta colpevoli di non averne reiterato i contenuti pur nella piena consapevolezza di quanto penalizzante potesse essere la nuova disciplina regolamentare, che non riconosceva di fatto il merito espresso dal campo.
La cosa che viene difficile comprendere è perchè l’A2 (ma anche la Serie B) vengono di fatto tagliate fuori da un provvedimento correttivo che rimetterebbe in gioco almeno un centinaio di giocatori “non formati”, andando a semplificare il mercato dei club minori ancora più penalizzato rispetto a quello della Serie A, considerando che la riforma impone un minimo di 9 giocatori italiani o formati per l’A2 e addirittura 10 per la B. Perché, sia ben chiaro, i problemi esposti il 29 giugno dai presidenti di Serie A sono gli stessi che denunciano tanti presidenti di A2 e B, anzi, talvolta ancor più clamorosi e con effetti non meno importanti della massima divisione. A differenza però della Serie A, dove esiste una rappresentanza della categoria che nella circostanza si è fatta sentire, A2 e B avrebbero grandi difficoltà a strutturare le proprie considerando gli elevati numeri di società partecipanti ai rispettivi campionati nazionali (48 quelle previste per l’A2, 112 per la B): invece di cercare di intavolare una discussione costruttiva, sono state tirate in ballo - come riferisce un altro sito vicino all’istituzione - ipotetiche “maggioranze qualificate” che avrebbero impedito di raggiungere la soglia della percentuale che potesse validare una proposta di correzione. Inaudito!
Non ci dilunghiamo oltre. Di storture ne abbiamo viste e sentite tante in questa stagione e questa Divisione, per quanto ci riguarda, non sta lavorando per valorizzare una disciplina che, invece, rischia seriamente di collassare a livello di competitività, sia sul fronte interno (perchè il taglio dei “non formati” ha drasticamente ridimensionato il valore sportivo delle rose e, di conseguenza, dei campionati nazionali apicali) che su quello internazionale, dove la tendenza delle varie Federazioni va totalmente in direzione opposta a quella intrapresa dalla governance di piazzale Flaminio, e lo si sta chiaramente notando nei numeri e in un ranking lontanissimo parente di quello che tutti conoscevamo quando l’Italia era realmente considerata una potenza internazionale. Ossia di quando nelle squadre di vertice italiane giocavano giocatori “non formati” di grande livello, poi diventati cittadini italiani, che hanno fatto le fortune della Nazionale (tra il 2003 e il 2014) ma che ora, paradossalmente, non possono giocare nel Paese non cui vivono, dove hanno messo su famiglia e nel quale persino votano.
Cittadini italiani…?