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18/07/2023 02:16

I giovani, le opportunità e una riforma che non aiuta i club: il futuro del futsal quando arriverà?

Il futuro è un’opportunità: è questo il messaggio più importante. La Riforma non è pro italiani e contro gli stranieri come qualcuno ha voluto erroneamente sottolineare, ma punta a valorizzare i settori giovanili e i vivai. Dobbiamo recuperare il legame fra base e altezza che si è perso negli anni dell’evoluzione del nostro sport”.


E’ un passaggio delle dichiarazioni del presidente Bergamini a fronte della presentazione della nuova Came Treviso svoltasi ieri mattina nel capoluogo veneto. Un passaggio che ci ha spinto a fare una riflessione e un’analisi piuttosto articolata che esprime il nostro punto di vista totalmente opposto a quello del numero uno del nostro futsal sull’argomento riforma.


Ora, rispettando il pensiero del presidente Bergamini, crediamo che si sia persa di vista la realtà di una situazione che francamente preoccupa. Come si può condividere il pensiero che la riforma punti a valorizzare i settori giovanili e i vivai quando ci troviamo in una condizione a dir poco desolante proprio nell’ambito del futsal giovanile? Che non si guardi alle circostanze positive di alcuni territori, pensiamo al fatto che ci sono regioni dove la disciplina è di fatto inesistente a livello di base.


Il presidente poteva avere ragione nel momento in cui, prima che venisse imposta la riforma (perchè, ricordiamo, la riforma della partecipazione al gioco non è stata assolutamente concertata con le società del nazionale, ma resa immediatamente esecutiva a fronte di un periodo di “preparazione” di qualche mese), la Divisione avesse già varato già da qualche anno un programma di sostenimento, magari partecipato dal Settore Giovanile e Scolastico, che potesse permettere alle società del nazionale di gettare le basi per un progetto concreto di sviluppo del futsal giovanile.


Di quale base e di quale altezza si parla quando oggi la stragrande maggioranza dei club del nazionale è privo di vivai all’altezza di sostenere il ricambio generazionale imposto dalla stessa riforma e, soprattutto, tarpati da un aspetto di sostanziale significato come la presenza del “grande fratello/nemico” che è il calcio? Come si sarebbe potuto sperare che il doppio tesseramento, rafforzato anche dal nuovo ordinamento sportivo, potesse agevolare questo rimpascimento di formati? E infatti non è andata assolutamente così.


Anzi, cosa ha prodotto la riforma? A fronte del progressivo abbattimento di giocatori “non formati” presenti nei nostri campionati nazionali, con la Serie A che in dodici mesi ha di fatto visto dimezzata la propria capacità qualitativa passando dalla possibilità di impiegare 7 “non formati” (grazie alle liste da 14) ai 4 di questa stagione (che diventeranno 3 la prossima!); il “rivoluzionario piano” ha incentivato il fenomeno del “mercenariato dei formati”, con decine e decine di atleti che hanno approfittato della situazione per passare all’incasso e vendersi a peso d’oro a qualsiasi livello, costringendo le società a spese di ingaggio impensabili, intollerabili e talvolta insostenibili.


E mentre in Serie A le società hanno chiaramente potuto assoldare i migliori italiani in circolazione ma non senza poter esimersi da contrattazioni a quattro zeri; nelle categorie inferiori le spese del #futsalmercato indigeno sono proporzionalmente andate in linea con quelle della Serie A, con la differenza che il valore dei giocatori ingaggiati non ha affatto alzato il livello delle squadre, ma solo i rispettivi costi di gestione.


E di giovani prospetti che la riforma avrebbe dovuto mettere a iosa in rampa di lancio, nelle categorie più importanti se ne sono visti col contagocce, per un semplice motivo: non ce ne sono, perchè il mondo del futsal non ne ha prodotti, anzi, per usare una punta di buonismo, ne ha prodotti pochi e quasi tutti pizzicati dai club apicali per i motivi di cui sopra.


Per cui, tornando alle parole del presidente Bergamini, di che tempi si parla affinché si possa recuperare questo legame tra base e altezza perso negli anni? E ripetiamo un concetto già espresso più volte: ma ci si rende conto che i vivai che funzionano sono pochi, molto pochi comparati con le società che praticano futsal e che in quei vivai che funzionano, tranne qualche caso di tradizione, si lavora con tanto materiale in esubero del calcio? Ci si rende conto che mancano gli istruttori qualificati (ce ne vorrebbero a decine e decine), mancano le strutture (come poter credere di andare nelle scuole estromettendo pallavolo e pallacanestro? E qui rispondiamo alla considerazione del presidente della Came, Zanetti, il quale ha rimarcato che “il futuro del futsal passa dalla Riforma Bergamini, che punta a valorizzare il prodotto dei vivai, ma anche dalle scuole”) ma soprattutto manca la cultura del futsal come componente propedeutica al calcio, che l’esempio di Brasile, Spagna e Portogallo doveva far maturare? Appunto… doveva.


Il futuro è un’opportunità? Di quale futuro parliamo e tra quanti anni ne cominceremo a vedere gli effetti se oggi si continua a ritenere l’Under 19 una categoria formativa e performante e invece di favorire lo sviluppo dell’Under 23 sull’esempio delle Squadre B della Liga le facciamo partecipare alla Coppa delle Divisione, concedendo a metà delle iscritte al massimo due partite invece di partorire una formula che consenta ai ragazzi di quella fascia di giocare e confrontarsi anche a buoni livelli? Di quale opportunità vogliamo parlare se non si attuano progetti concreti che diano motivazioni anche nell’aspettativa di una carriera nel futsal, invece di indorare la pillola con la Future Cup, nella speranza che chissà quale giorno vedremo quei ragazzi esibitisi sulla passerella di Salsomaggiore diventare titolari in Serie A?


La verità è una sola: i giovani italiani e i “formati” che dir si voglia, bravi e in grado di giocare in Serie A, servono subito e non tra chissà quanti anni. Altrimenti, presto inizieremo a veder scorrere i titoli di coda sulla nostra disciplina. E le avvisaglie, con le riforme, già si intravedono…