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08/09/2023 11:45

Da Poreč (e Jaen) la scossa per cambiare strategia: serve una nuova politica per il futsal giovanile

L’organizzazione e la valorizzazione dell’attività giovanile, universalmente riconosciuta come il serbatoio essenziale per lo sviluppo (ma anche per la sopravvivenza del futsal), è la discussione che si apre a margine della mancata qualificazione dell’Italia alle semifinali degli Europei di Poreč, sfumata per un gol a causa della sconfitta patita per mano della Slovenia nell’ultima gara del girone preliminare. Nel precedente servizio avevamo parlato delle analogie tra il ko di mercoledì sera con gli sloveni e quello rimediato per mano della Polonia nei precedenti Europei di Jaen, arrivando ad evidenziare quello che riteniamo essere l’aspetto prevalente del problema: la maggior predisposizione, caratteriale e mentale oltre che agonistica, delle nazionali che ci hanno sbarrato la strada, acquisita attraverso un processo di formazione che ha consentito ai giovani di quei paesi di acquisire determinate peculiarità giocando nei campionati di vertice, aspetti che poi hanno prevalso nel confronto sul campo. Senza peraltro tralasciare altri due fattori: il massimo campionato sloveno è composto da sole otto squadre e le ultime due stagioni in Ucraina (l'altra compagine che s'è qualificata) sono state fortemente condizionate dal conflitto bellico in atto.


UNA POLITICA DA RIVEDERE - Chiariamo subito un passaggio prioritario: qui non si parla di fallimento causato dalla infelice riforma del nostro futsal, ma della necessità di imprimere alle politiche della formazione giovanile nella disciplina gli input che oggi appaiono indispensabili per improntare quella svolta assolutamente necessaria per potersi mettere in competizione con le altre realtà europee. Bisogna cambiare innanzitutto nell’atteggiamento, cercare di introdurre sin dall’attività del settore di base l’opportunità di lavorare sui metodi di insegnamento del futsal quale disciplina propedeutica al calcio: già riuscire in questo costituirebbe un punto di partenza oltremodo significativo, permettendo di coltivare e acquisire tra i giovani una diversa considerazione del futsal e, quindi, inducendo a indirizzare verso il calcio a 5 tutti quei giocatori che, per caratteristiche fisiche e peculiarità attitudinali, troverebbero la loro collocazione naturale nella disciplina.


Sarebbe questo il campo di applicazione più logico del doppio tesseramento, perchè un giovanissimo ai primi passi nel mondo sportivo, che ha la possibilità di praticare contestualmente futsal e calcio, ha la reale possibilità di valutare e decidere il campo di gioco più congegnale alle sue caratteristiche e propensioni. Ma è altrettanto logico che solo questo non è sufficiente: va progettata una nuova politica sullo svolgimento dell’attività agonistica, che preveda una riforma dei meccanismi di partecipazione ai campionati giovanili attuando una opportuna selezione dei concorrenti, introducendo meccanismi di promozione e retrocessione che rispecchino il valore meritocratico e alzino consequenzialmente il livello delle competizioni, cercando sempre di individuare nelle società apicali della disciplina i veicoli atti a valorizzare i migliori giovani sin dalle prime categorie agonistiche. 


Una sorta di scrematura che non deve assolutamente tradursi in una sorta di affossamento dei club minori solo in teoria meno competitivi, ma deve spingerli comunque a lavorare in funzione di una concreta qualificazione dei propri atleti magari attraverso quelle società che hanno poi l’opportunità di offrire ai ragazzi le dovute opportunità di affermazione ai livelli più importanti. Il tutto accompagnato parallelamente dalla ridefinizione dello status dei campionati di vertice, affinché chi emerge dal settore giovanile possa individuare anche nel futsal (piuttosto che nel calcio) il trampolino di lancio per una personale affermazione nel mondo sportivo.


Che poi l’attività debba essere svolta obbligatoriamente conta in maniera molto relativa, ma comunque questo aspetto non può non tenere conto delle problematiche che possono dipendere da fattori demografici o di specificità territoriale. Bisogna comunque gettare la pietra angolare del progetto, che noi crediamo possa essere solamente quella del “futsal in soccer”, ossia rendere compatibile e funzionale la pratica del calcio a 5 come materia non solo complementare ma totalmente propedeutica per il calcio. Questo senza rincorrere il miraggio del coinvolgimento dei club professionistici, dimostratasi una politica che ad oggi ha prodotto poco e nulla sul piano dei risultati, per una questione di mentalità e sistemi di lavoro applicati al di là della scarsa considerazione rivolta. Le collaborazioni tra “piccoli” club che cominciano a venire attuate, seppur a macchia di leopardo, vanno fortemente incentivate ma non a parole, bensì con una politica di sostenimento che abbia la propria radice nelle istituzioni federali, proprio come sta per accadere in Francia (LEGGI QUI IL NOSTRO SERVIZIO DEL 25 AGOSTO).


Sarà di sicuro un iter relativamente lungo, ma che non può più attendere di essere intrapreso. Senza trascurare gli aspetti legati al completamento della formazione, che dovranno riguardare tutti quegli atleti avviati verso l’epilogo del loro percorso agonistico giovanile, una condizione che oggi non è ancora in grado di portare all’attenzione dei club apicali atleti pronti per garantire un determinato tipo di performance nelle prime squadre dei campionati di vertice, e il risultato finale prima di Jaen e poi di Poreč lo dimostrano. Un progetto, insomma, che deve viaggiare in parallelo su più fronti, e che soprattutto va alimentato con interventi di sostegno adeguati, tanto tecnico-professionali quanto economici: gli esempi ci sono in Europa (la FFF fa lezione) e l’Italia ha il dovere di attenzionarli per pianificare una seria politica che punti alla crescita del futsal e finalizzi, ma con fatti concreti, quelle che dovrebbero essere gli obiettivi di una riforma che finora ha prodotto effetti totalmente opposti a quelli per i quali è stata varata.